Affetti personali

La maternità. E’ questo il tema scelto da Sara Scaramelli per la sua nuova personale. Un tema ancestrale,  da secoli abbracciato da artisti di culture e paesi diversi,  ma affrontato soprattutto da uomini,  uomini che necessariamente hanno sviluppato l’argomento con un occhio ed una sensibilità prettamente maschili. E molti di questi artisti sono stati a lungo prigionieri della rappresentazione della maternità per antonomasia:  la Vergine col bambino. Poche le donne che hanno costituito delle eccezioni,  si può pensare a Mary Cassat,  la quale ha consacrato la sua creazione artistica al rapporto madre-figlio,  o ancora a Elisabeth Le Brun che ne ha fatto una sorta di manifesto dell’Ancien Régime con le sue svariate Marie Antoniette e figli.

Da qui l’importanza e l’originalità della scelta di Sara Scaramelli,  artista e madre. Da donna,  da madre,  ha scelto di rappresentare questo tema,  a lei molto caro,  con un taglio ben preciso: protagoniste delle sue rappresentazioni sono esclusivamente donne,  figlie che,  crescendo,  sono diventate o diventeranno a loro volta madri,  generando un’ineffabile continuità.

E’ quindi più che mai autobiografico lo spunto per questi olii e pastelli,  alcuni dei quali autoritratti,  la maggior parte realizzati scegliendo donne da lei conosciute e fotografate,  modelle colte in momenti di quotidianità e in pose da loro stesse scelte. Così,  assoluti protagonisti sono i corpi,  ed infatti un filo conduttore che lega tutte le opere qui esposte è il corpo (non si dimentichi che è proprio la Skin Gallery ad accogliere questa mostra),  un corpo reale, talvolta antiestetico e analizzato in modo impietoso per potersi riappropriare di quella verità che tanti spaventa,  senza temere di rinnegare un mito di bellezza estetico oggi più che mai troppo sbandierato.

Altro leitmotiv onnipresente è quel sentimento talmente forte e totalizzante che fa sì che da una persona se ne generi un’altra:  nella quasi totalità delle opere le figure non sono mai sole ma affiancate,  in un dialogo più o meno serrato,  dalle figlie,  creature alle quali hanno dato vita. E anche allorquando protagonista dei pastelli è l’artista gravida,  la seconda presenza è,  in modo tacito,  già eloquentemente presente,  quasi si trattasse non più un tutt’uno ma di due entità distinte,  preannunciate dalla presenza della forbice chirurgica e dall’ago e filo del taglio cesareo. Ma facendo intuire che c’è anche qualcosa che va ben oltre la materia:  una nuova vita. Il dono che solo il grande amore di una madre è in grado di dare.

Anno dopo anno Sara Scaramelli ha saputo creare,  con sempre maggiore maturità e consapevolezza,  la sua personale firma che denota saldamente il suo stile –e che è un piacere per noi ritrovare- sono i tagli audaci,  le virate sui dettagli:  in un primo momento uova e tazze,  poi mani e piedi,  ora particolari anatomici che rimandano all’idea di maternità. Particolari che da soli hanno il potere di raccontare ed evocare,  in queste opere più che mai,  le variegate relazioni tra le figure femminili ritratte:  dall’allattamento – la prima,  vitale forma di dialogo – passando attraverso al gioco,  ai delicati legami adolescenziali fino all’opera che sta all’origine dell’idea di questa emozionante esposizione:  “La Cura”. Numerose sono le chiavi di lettura possibili per questo imponente olio. Ci si può semplicemente lasciar emozionare dalla bellezza dell’opera,  dei contrasti cromatici,  da una tematica tanto sentita dalla pittrice quanto da lei sapientemente trasmessa e compartecipata da chi non può far altro che fermare lo sguardo sul dipinto. Oppure,  nella posa abbandonata della madre,  si può riconoscere un richiamo iconografico alla celebre Pietà michelangiolesca.

Ma se si sceglie di andare ancor più in profondità,  si può rimanere colpiti da uno straniante,  doppio ribaltamento:se nella Pietà,  la Vergine tiene tra le braccia Gesù,  in questa versione laica non è chi ha dato la vita a sostenere la propria creatura, ma, in una naturale inversione di ruoli,  la pittrice stessa che sorregge la madre. E non il figlio,  bensì la figlia,  sottolineando la continuità generazionale (di cui si è già parlato),  ma al tempo stesso sottacendo ed evocando il delicatissimo sistema relazionale madre-figlia,  rapporto che viene ad essere stravolto e rivoluzionato allorquando una donna da figlia si trasforma in mamma di un’altra futura donna. A questo punto si potrebbe anche rievocare,  pur restando con “La Cura” ancorati saldamente ad una dimensione terrena,  il ribaltamento presente nelle rappresentazioni della Dormitio Virgo nelle icone bizantine,  stravolgimento che è anche molto ben formulato nel Paradiso di Dante con l’espressione “figlia del tuo figlio”.

Quest’opera è il punto di partenza e il punto di arrivo,  attorno al quale ruotano tutte le altre creazioni della Scaramelli,  la loro chiave di lettura.

La visione di un mondo doloroso,  ma che è anche porta sull’amore e sulla gratitudine.

[Chiara Bertoldi 2011]
 
 

Motherhood is the subject of choice in Sara Scaramelli’s new personal exhibition. A primeval motif,  explore by artist from different cultures and countries,  yet mostly delved into by men,  who could not but view the matter with male eyes and treat it from a male standpoint. Many of these artists were long trapped in the traditional representation of motherhood: Virgin and Child. Few women are the exception:  Mary Cassat,  for example,  who devoted her art to the mother-child relationship,  or Elisabeth Le Brun,  who turned it into an Ancien Régime manifesto of sorts,  through her many portraits of Marie Antoniette and her offspring. Here comes the relevance and originality of Sara Scaramelli’s choice,  as an artist,  a woman and a mother.

She has decided to portray this theme,  most dear to her,  with a specific focus:  the main characters in her paintings are all women,  daughters who have grown up – or will do so – to become mothers themselves,  building an indefinable continuity. Thus,  the cue for these oil and pastel works is, first and foremost,  autobiographical. While some are self-portraits,  most depict women Sara Scaramelli knows,  models who pose as they wish for photo shots that capture everyday moments. Bodies are the absolute protagonists,  the body being a common thread linking all the exhibited works,  hosted – and it is no coincidence – by the Skin Gallery. It is a real body we are talking about,  sometimes unsightly,  mercilessly scrutinized to vindicate the truth,  scary as it may be:  these works bravely reject the much-flaunted beauty myth that nowadadays is rifer than ever. Another pervading leitmotif is the strong,  all-absorbing feeling that makes a person procreate another:  nearly all the works feature figures that are never alone,  but accompanied,  in a constant exchange of shifting intensity,  by their daughters,  the human beings they gave birth to. Even the pastels that portray the pregnant artist already show this second presence,  implicit yet poignant. The parting of a whole into two separate entities is envisaged through the surgical scissors,  the Caesarean section thread and needle. At the same time,  something is suggested that goes well beyond the material world:  a new life. The gift that only a mother’s boundless love can give. Year after year,  Sara Scaramelli has been able to create,  with ever-growing maturity and consciousness,  her personal seal. Her distinctive style – a pleasure for us to recognize – is made of daring shots,  detail close-ups:eggs and cups at first,  then hands and feet,  now anatomical details that suggest motherhood. Details that alone have the power to tell and evoke,  more than ever in these works,  the multifaceted relationships among the portrayed female figures:  from breastfeeding – the first,  vital form of dialogue – through playing,  to the tricky adolescent bonds and to the work that originated the very idea of this inspiring exhibition:  La Cura,  ‘The Care’. We can read this impressive oil painting in several possible ways. We can just let ourselves be carried away by the beauty of this work,  its chromatic contrast, its subject matter,  as much deeply felt as askilfully conveyed by the painter,  to be shared by those who cannot but rest their gaze on the painting. Or we can trace,  in the mother’s collapsed pose,  an iconographic echo of Michelangelo’s famous Pietà. But,  if we choose to dig deeper,  an estranging,  double overturn may strike us:while in the Pietà,  the Virgin holds Jesus in her arms,  in this secular version it is not the life-giver who embraces her creature,  but,  within in a nuatural role reversal,  it is the painter herself who bears her mother. And it is not the son,  but the daugther,  thus underlining the uninterrupted generational line we already talked about,  while,  at the same time,  implying and evoking the extremely delicate mother-daughter relational interplay. This bond is radically disrupted end redefined when a woman goes from being a daughter to being another future woman’s mother. At this point,  without turning away from the earthly domension La Cura secures us to,  we might as well mention the overturn that charcterizes Dormitio Virgo representation on Byzantine icons,  a changeover we finely worded in Dante’s Paradiso:  “daughter of your son”. This work is both the starting and the arrival point,  the axis around which all other Sara Scaramelli’s creations rotate,  their key to reading. The vision of a doleful world which is,  at the same time,  a door into love and gratitude.

Motherhood is the subject of choice in Sara Scaramelli’s new personal exhibition. A primeval motif,  explored by artists from different cultures and countries,  yet mostly delved into by men,  who could not but view the matter with male eyes and treat it from a male standpoint. Many of these artists were long trapped in the traditional representation of motherhood:  the Virgin and Child. Few women are the exception:  Mary Cassat,  for example, who devoted her art to the mother-child relationship,  or Elisabeth Le Brun,  who turned it into an Ancien Régime manifesto of sorts,  through her many portraits of Marie Antoniette and her offspring.

Here comes the relevance and originality of Sara Scaramelli’s choice,  as an artist,  a woman and a mother. She has decided to portray this theme,  most dear to her,  with a specific focus:  the main characters in her paintings are all women,  daughters who have grown up –or will do so– to become mothers themselves,  building an indefinable continuity. Thus,  the cue for these oil and pastel works is,  first and foremost,  autobiographical. While some are self-portraits,  most depict women Sara Scaramelli knows,  models who pose as they wish for photo shots that capture everyday moments.

Bodies are the absolute protagonists,  the body being a common thread linking all the exhibited works,  hosted –and it is no coincidence– by the Skin Gallery. It is a real body we are talking about, sometimes unsightly,  mercilessly scrutinized to vindicate the truth,  scary as it may be:  these works bravely reject the much-flaunted beauty myth that nowadays is rifer than ever.

Another pervading leitmotif is the strong,  all-absorbing feeling that makes a person procreate another:  nearly all the works feature figures that are never alone,  but accompanied,  in a constant exchange of shifting intensity,  by their daughters,  the human beings they gave birth to. Even the pastels that portray the pregnant artist already show this second presence,  implicit yet poignant. The parting of a whole into two separate entities is envisaged through the surgical scissors,  the Caesarean section thread and needle. At the same time, something is suggested that goes well beyond the material world:  a new life. The gift that only a mother’s boundless love can give.

Year after year,  Sara Scaramelli has been able to create,  with ever-growing maturity and consciousness,  her personal seal. Her distinctive style –a pleasure for us to recognize– is made of daring shots,  detail close-ups:eggs and cups at first,  then hands and feet,  now anatomical details that suggest motherhood. Details that alone have the power to tell and evoke, more than ever in these works,  the multifaceted relationships among the portrayed female figures:from breastfeeding –the first,  vital form of dialogue–,  through playing,  to the tricky adolescent bonds and to the work that originated the very idea of this inspiring exhibition:   La Cura,  ‘The Care’. We can read this impressive oil painting in several possible ways. We can just let ourselves be carried away by the beauty of this work,  its chromatic contrasts,  its subject matter,  as much deeply felt as skilfully conveyed by the painter,  to be shared by those who cannot but rest their gaze on the painting. Or we can trace,  in the mother’s collapsed pose,  an iconographic echo of Michelangelo’s famous Pietà. But,  if we choose to dig deeper,  an estranging,  double overturn may strike us:while in the Pietà,  the Virgin holds Jesus in her arms,  in this secular version it is not the life-giver who embraces her creature,  but,  within a natural role reversal,  it is the painter herself who bears her mother. And it is not the son,  but the daughter,  thus underlining the uninterrupted generational line we already talked about,  while,  at the same time,  implying and evoking the extremely delicate mother-daughter relational interplay. This bond is radically disrupted and redefined when a woman goes from being a daughter to being another future woman’s mother. At this point,  without turning away from the earthly dimension La Cura secures us to,  we might as well mention the overturn that characterizes Dormitio Virgorepresentations on Byzantine icons,  a changeover we find finely worded in Dante’s Paradiso:  “daughter of your son”. This work is both the starting and the arrival point,  the axis around which all other Sara Scaramelli’s creations rotate,  their key to reading. The vision of a doleful world which is,  at the same time,  a door into love and gratitude.

[traduzione a cura di Caterina Camastra]